I sassi sul sentiero 157 e Lana Del Rey

Categorie diari di viaggio

L’altro giorno su YouTube mi sono imbattuta in quella canzone, Mariners Apartment Complex. A un certo punto, la voce roca di Lana si lamenta: “I fucked up, I know that but Jesus, can’t a girl just do the best she can?”.

Me lo chiedevo anche io quel giorno, quando sentivo tutto scivolarmi tra le dita come sabbia asciutta. L’Appennino è un posto strano, grigio, ti può rendere molto felice e molto triste allo stesso tempo. La casa di Farnè è un rifugio, un guscio di noce, e a volte è una prigione. Letteralmente: gli scuri del bagno non si aprono, la porta d’ingresso si blocca a metà costringendoti a girarti su un fianco per uscire sul balcone, la finestrella della stanza di sotto è quasi completamente ostruita da un muro di cemento costruito in modo approssimativo. Così che la casa sembra quasi viva, ostile, come la cavità umida di una pianta carnivora. E quando finalmente ti divincoli, quando strisci fuori, alzi lo sguardo e non vedi il cielo, ma una montagna. Verde scuro se è estate, grigio topo e avvolta dalla nebbia in autunno. Mi piace l’autunno, l’ho sempre detto, mi piace la sensazione di malinconica frenesia che porta con sé, ma a volte di frenesia ne vorrei meno. Vorrei sedermi da qualche parte e leggere per tutto il giorno senza sentirmi in colpa. Vorrei starmene da sola, sorseggiare il mio tè, e non sentirmi male per il desiderio della solitudine che a volte diventa pressante come un bisogno corporale. Le barriere architettoniche della casa mi entrano in testa e mettono radici. Ora tutta la mia mente ne è infestata. Passo due giorni a letto, in mansarda, con le imposte chiuse. L’ambiente tiepido e accogliente mi avvolge e mi inebria come una nuvola di gas. Complice un leggero raffreddore, indulgo alla mia pigrizia; mi porto il latte caldo sotto le coperte. Leggo, quando riesco a non pensare. Non faccio progetti, non penso ai prossimi giorni come mio solito. Penso che mi sto riposando. Ma poi realizzo: sto scappando. Dalla mia testa. Da me stessa.

Il giorno dopo mi siedo a scrivere sui gradini sotto casa. Capisco di stare guarendo.

Andiamo con la macchina fino a Gabba. Nella mia immaginazione, Gabba costituisce da sempre il raccordo fra la mia “vera” casa e le montagne. Forse dovrei posizionare questo raccordo a Sasso Marconi, o a Marzabotto, dove davvero iniziano a scorgersi i primi segni di cambiamento paesaggistico: i passanti hanno un’aria diversa sul viso, più cupa, o forse solo meno distratta, la luce cambia, diventa più fredda, più grigia. Ma per me, questo passaggio è sempre avvenuto a Gabba. Quando giro l’angolo e vedo la Trattoria Picchioni (dove ogni volta mi riprometto di andare ma che chissà perché trovo sempre chiusa) mi sento già arrivata. Prima della trattoria c’è uno stretto marciapiede alberato, in autunno si copre di foglie gialle cadute. Sembra quasi un viale di Torino in miniatura, non so perché, ma mi ha sempre dato la sensazione di trovarmi in un altro posto, più mondano, più famigliare. Lì di fronte c’è un sentiero del CAI, il 157, che conduce attraverso il bosco fino al paese più vicino, Gaggio Montano, famoso per quel faro totalmente decontestualizzato in cima a una rupe. Ma l’Appennino è così, ti lascia perplesso, nel bene e nel male.

All’inizio, devo dirlo, il sentiero non mi entusiasma. Una salita sassosa e piena di mosche invadenti. Inizio a sbuffare, irritata, in testa già il pensiero “Ecco se stavamo a casa era meglio…”. Ma poi arriviamo in cima, fra la vegetazione brulla spicca qua e là una macchia gialla di fiori selvatici, le montagne ci accolgono come io accolgo la mia imperfezione, la nostra imperfezione, e sento quel fastidioso grumo di rabbia sciogliersi dentro di me, piano piano; un passo dopo l’altro. Lascio che la vita mi riempia di nuovo. Ci inoltriamo fra gli alberi, la mia mente continua a frullare ma il suo ritmo è più morbido, controllato, a tempo con le mie gambe, che già vibrano un po’ di quel dolce dolore di chi non cammina nel bosco da troppo tempo. L’aria è fresca e piacevole; ricominciamo a chiacchierare fra noi in modo normale. A un certo punto il sentiero attraversa un minuscolo borgo di case isolate nel bosco, uno squarcio di cemento che si apre tutt’a un tratto. Un cane nero di media taglia ci corre incontro abbaiando, e sentiamo una voce chiamarlo: “Billyyy!”. Scambiamo qualche parola col padrone di Billy, che sembra abitare letteralmente a ridosso della foresta, come in una fiaba per bambini. Gli chiediamo se siamo sulla strada giusta: pare di sì. Ricominciamo a camminare, nel bosco. Quel che mi ha sempre colpito delle passeggiate in Appennino è la quantità di oggetti abbandonati che puoi trovare nascosti nel fogliame: una pentola di ceramica, una stufa, una botte, un pezzo di mattonella, reperti arcani di un mondo dimenticato. Come se l’abitazione di qualcuno fosse stata inghiottita dalla vegetazione poco tempo prima del nostro passaggio. Chissà come mai.

Forse i momenti di stasi allora servono a qualcosa, mi dico. Forse è un grosso respiro prima di tuffarsi nel nuovo anno – io e la mia abitudine di contare gli anni a partire da settembre.

Quando arriviamo a Gaggio siamo diversi. Scendiamo di nuovo a Gabba lungo la strada asfaltata. Le persone sedute sulla soglia di casa ci fissano quando passiamo. Sembra passato un secolo, ma il sentiero 157 dura solo un’oretta e mezza, e ve lo consiglio.

Quella stessa sera usciamo a cena, ci tocca arrivare fino a Porretta per trovare qualcosa di aperto; uno degli svantaggi dell’Appennino. Tornando a casa ripassiamo da Gabba e c’è una volpe dagli occhi luminosi che ci fissa sul margine della corsia; uno dei vantaggi dell’Appennino.

Mi piace l’autunno, e la luce che ci dà.

43 commenti su “I sassi sul sentiero 157 e Lana Del Rey

  1. Mi hai dato degli ottimi spunti! Noi siamo di Modena e l’Appennino lo frequentiamo, ma per lo più bazzico le zone tipo Momtecreto (credo che il prossimo weekend ci sia la sagra della castagna o il lago della Ninfa ).
    Certo sempre info su possibili nuovi intinerari!

  2. Fino a qualche anno fa ero una di quelle che snobbata l’Appennino (perché cresciuta ai piedi delle Dolomiti). Poi ho imparato a conoscerlo e, soprattutto in Autunno, non ne farei mai a meno.

    1. Sono due mondi completamente diversi, nessuno dei due è migliore o peggiore dell’altro 🙂 Le Dolomiti sono una cosa che toglie il fiato, l’Appennino per me è casa. Grazie del commento <3

  3. Che scrittura! Mi hai rapita e portata con te sul sentiero ed in mezzo all’Appennino. Non lo facciamo spesso ma amiamo le escursioni ed i sentieri nella natura e questo sembra valerne la pena!

  4. Qualche mese ho incontrato pure io una volpe lungo un sentiero che sale sulle colline dalla città. Sono gli incontri più belli in mezzo alla natura 🙂

  5. Immagino quanto sia bello girarci soprattutto in questo periodo dell’anno, l’atmosfera autunnale ma dove non ci si muore di freddo. Le altezze mi spaventano tantissimo ma sicuramente sarebbe una esperienza bellissima.

  6. Che bel racconto, scritto benissimo e coinvolgente. Ti confesso sono rimasta più conquistata dalla tua scrittura che dal sentiero, anche se scopro con piacere che l’Appenino non è così selvaggio.

  7. Il trekking è affascinante oltre che utile per tenersi in forma, si scoprono cose stupende camminando sui sentieri, come hai saputo ben raccontare

  8. La cosa che più ammiro di chi pratica trekking è la capacità di essere riflessivi anche in viaggio e usare il movimento, anche quello fisico, come parte della crescita e del pensiero spirituale. I sentieri naturali portano per loro natura alla riflessione

  9. L’autunno è una stagione molto romantica che rende i luoghi e la natura straordinaria. Si prepara al lungo inverno ma ci regala colori e atmosfere magnifiche.

  10. Bellissimo racconto. Noi amiamo molto il trekking in montagna e non possiamo più farne a meno, quindi leggiamo sempre volentieri storie, avventure, e nuovi itinerari di altri appassionati!

  11. Complimenti davvero perché il tuo racconto mi ha davvero rapito e portato a passeggio con te! Ottimi spunti

  12. Complimenti davvero perché il tuo racconto mi ha davvero rapito e portato a passeggio con te! Ottimi spunti

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