Cronache del Dardagna – Una giornata d’ottobre, 2017

Cronache del Dardagna – Una giornata d’ottobre, 2017

Leo passa a prendermi alle otto. È un giorno grigio, fosco, e pensare oggi di mettersi in cammino fra boschi e sentieri di montagna non sembra l’ideale, ma andiamo lo stesso. La settimana appena passata ci spinge verso gli alberi, a ricaricare le batterie. Io, in particolare, soffro della “sindrome da ritorno”. Tornare mi piace, nonostante i frequenti proclami dentro e fuori dalla mia testa non sono una persona che starebbe sempre lontano da casa, ma in questo periodo non so più capire quale sia, la vera casa. La casa di Pisa che ho lasciato a metà estate mi pesa ancora un po’ sulle spalle, con alcune bollette ancora a mio nome e strascichi di sogni che vedono protagoniste le mie (ormai ex) coinquiline. Mi pesa che quello non sia più il mio posto, anche se un po’ so che lo sarà sempre. Tornare a casa significa non potersi più gettare alle spalle gli stress quotidiani, saltare su un treno e andarsene lontano da tutti alla fine del weekend, come ho fatto da due anni a questa parte. Tre ore e mezzo di treno dove lasciar scorrere i pensieri, leggere, studiare, chiacchierare con Simone a volte, o semplicemente dormicchiare. Il regionale Faenza-Firenze era diventato una seconda, una terza casa. L’arrivo nella stazione di Firenze era sempre bello, anche se era solo un passaggio, un porto di mare, il punto di partenza per Pisa; forse la stazione di Firenze è così bella proprio perché sai che sei a Firenze.

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Superata Bologna, ci dirigiamo in macchina verso Sasso Marconi, poi Marzabotto, Vergato, e finalmente tutti i paesi che hanno scandito la mia infanzia coi loro cartelli di benvenuto: Silla, Gaggio Montano, Gabba. I cartelli devono essermisi stampati in testa da quando avevo quattro o cinque anni. Quello pubblicitario di Nìchele Infortunistica, ad esempio, non me lo leverà dalla mente nessuno finchè campo. Chissà perché.
Arrivati a Vidiciatico procediamo per il Santuario di Madonna dell’Acero. Questo è uno dei miei posti preferiti. Indico a Leo il grosso acero, ora recintato, e gli racconto la storia della Madonna apparsa a due contadini riparatisi sotto le sue fronde durante una tempesta. È buffo quanto sia orgogliosa delle storie legate a questo posto, come se le avessi scritte io, come se in qualche modo mi appartenesse tutto quello che odora di questa parte dell’Appennino Tosco-Emiliano. Il solo fatto di esserci tornata oggi mi tranquillizza. Pranziamo seduti sul muretto che dà sulla valle, osservando il vento che passa fra gli alberi tinti di rosso. Ci troviamo a circa 1200 metri d’altezza. Sono contenta di essere qui con lui, un po’ ho paura che non gli piaccia fino in fondo ciò che gli mostrerò, ma sono anche fiduciosa. Sono ancora immersa nei pensieri negativi, spero di scrollarmeli di dosso una volta entrata nel bosco.

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Fra le molte storie che mi hanno raccontato sul Santuario di Madonna dell’Acero, la mia preferita viene da mio padre: dice che spesso, quando era inverno e nevicava, lui e il suo amico Vittorio guidavano fin lì di notte e se ne stavano a chiacchierare, con grande stupore della sottoscritta che non capiva come potessero non aver paura. In una di queste notti, dopo aver sentito un gran trambusto provenire dai cespugli, nel silenzio più assoluto del buio invernale, videro un cavallo solitario aprirsi un varco fra gli arbusti, per poi trotterellare via in tranquillità. Una cosa che può succedere solo quando si è molto, molto lontani da casa.

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Prendiamo il sentiero n. 331 per le Cascate, e mi sento istantaneamente meglio. È un sabato, per il momento ci siamo solo noi, gli unici suoni sono il cinguettio degli uccellini e il Dardagna che scorre in lontananza. Qualche fungo. Mi dico che devo lasciar andare le cose, a volte. Lasciare che seguano il loro corso senza il mio controllo. Mi piace sentire i passi controllati di Leo dietro di me. Penso alla protagonista del testo che sto traducendo, Eepersip: una ragazzina che fugge nei boschi e non vuol più tornare a casa. Penso che vorrei essere come lei, non aver paura di niente se non del restare intrappolata in una vita non mia. Il 331 diventa il 333 una volta attraversato il Rio Cavo.

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Ci perdiamo. Sembra incredibile perdersi in un sentiero segnato, ma noi ci riusciamo. Ci ritroviamo a procedere lentamente e con cautela a strapiombo sul fiume, su una parvenza di sentiero che sentiero non è, sdrucciolevole a causa del letto di foglie cadute. Non sono terrorizzata, so che non possiamo essere troppo lontani del vero sentiero, ma inizio a sentirmi inquieta. C’è qualcosa di sottilmente pericoloso nel trovarsi in mezzo a un bosco, costeggiando un fiume, col telefono che non prende e nessuno nei paraggi, confusi per il solo fatto di non poter usare Google Maps. Ci diciamo che forse seguendo il corso d’acqua raggiungeremo la prima cascata, e proviamo ad avanzare. Leo va sempre avanti per primo, sonda i punti in cui farmi mettere un piede dopo l’altro, tasta con le bacchette per accertarsi che non ci siano serpenti. Io lo seguo, e sono grata che sia lì con me. Non perché non saprei cavarmela da sola; semplicemente sono felice che lui ci sia. Salto giù da una roccia e finisco fino ai polpacci in una pozza d’acqua nascosta sotto uno strato di foglie secche, e lancio un urlo. Ci mettiamo a ridere, per fortuna gli scarponi mi hanno risparmiato i piedi. Proseguiamo fino ai limiti del ridicolo, sperduti e senza meta, e alla fine decidiamo di risalire. Ci inerpichiamo su per la scarpata del sottobosco, tenendoci alle radici sporgenti dei faggi, e finalmente, “Eccolo!” grido, il segno bianco e rosso del CAI dipinto su un albero, vero e proprio simbolo di salvezza in quel momento. Ritorniamo sul sentiero battuto, e ci concediamo uno spuntino seduti su un masso coperto di muschio. Iniziamo a incrociare altri camminatori. Due ragazzi toscani ci passano accanto con un allegro “Buon appetito!”. Uno dei due si ferma e mi chiede “Che roba è?”, indicando con un cenno del capo la ricciola che sto addentando. Non è il primo toscano che resta perplesso davanti al prodotto da forno rotondo e coperto di rosmarino, ma la cosa continua a farmi sorridere. Noi imolesi che senza ricciola non sapremmo stare. Poi un uomo con un cane, uno addirittura a piedi nudi, una famiglia con una bimba. E noi che fino a qualche minuto fa ci siamo sentiti i Thoreau 2.0, destinati a vagare per sempre nei boschi cibandoci di bacche e insetti. “Se ci perdessimo costruiresti un rifugio per noi?”, chiedo al mio compagno di trekking ingozzandomi di ricciola.

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La vista delle Cascate ha sempre un che di magico, e anche una sorta di sentimento di intrusione, la sensazione che non dovresti essere lì. Sembra di essere trasportati a Gran Burrone, la città degli elfi tolkeniana. È bello sapere che esistono questi posti, e che questo in particolare è anche vicino a casa. È confortante il pensiero che, se volessimo, potremmo cercare riparo fra questi faggi ogni volta che ne sentiamo il bisogno. Se penso che questo stesso fiume arriva fino a Farnè, dove ho trascorso tutte le estati della mia vita fino all’età di diciassette anni, se penso che è lo stesso dove da piccola facevo il bagno gelandomi fino alle ossa e dove davo la caccia ai girini, quasi non ci credo.

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Non capisco come fanno le persone a odiare l’autunno. È forse la stagione meno amata dell’anno, perché viene dopo l’estate, perché porta il freddo, il ripiegamento, la malinconia; io non ci vedo nulla di tutto questo. È il vero inizio dell’anno – non ditemi che contate l’anno a partire da gennaio – l’anno vero inizia a settembre. Settembre è un sacchetto pieno di tutti i propositi dell’estate rimandati a data da destinarsi, e ottobre non ne è che il pigro, aranciato prolungamento, come i rami di un albero che si stiracchiano. Non c’è ripiegamento in questo, anzi c’è l’attesa di una pagina bianca; forse è per questo che a settembre ci vien sempre voglia di mettere piede in cartoleria. L’aria è crespa e camminare diventa delizioso, e non c’è stagione migliore per farlo, e farlo spesso.

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La salita fino al rifugio del Cavone è lunga e, per noi, faticosa. Ma alla fine sbuchiamo sulla strada asfaltata, sono appena le due e mezzo del pomeriggio e il cielo è ancora grigio. Si è alzato un vento gelido che ci spinge all’interno della casetta di legno, dove ci prendiamo una cioccolata calda vicino alla stufa mentre guardiamo gli alberi fuori e ascoltiamo le chiacchiere dei ciclisti che bevono una grappa nel tavolo accanto. Siamo stanchi, e dopo aver riposato le gambe per qualche minuto decidiamo di tornare al Santuario lungo la strada. Già pregustiamo la polenta della cena, perché se non si ha un premio di consolazione che giornata di trekking può mai essere?
E alle cinque circa del pomeriggio rimetto piede in casa mia, dopo mesi. Nella mia casetta di montagna a Farnè. Vedere l’indicazione “Farnè-Chiesina” all’angolo della strada mi stringe ancora qualcosa nello stomaco, come tutte le faccende di amore-odio che ancora non ho risolto. È un luogo da cui spesso ho desiderato fuggire, nella calura estiva dei miei quindici anni, o nelle interminabili e buie giornate invernali sola coi miei dubbi. È un posto che ti fa subito venir voglia di entrare in un centro commerciale, così, giusto per respirare la civiltà. Ma oggi no, oggi sento proprio di non aver bisogno della civiltà. La casa è più bella, la porta è stata dipinta di color indaco e nella stanza sulla destra è stata cambiata la disposizione dei mobili, è più accogliente, più luminosa. Ci spingiamo fino al parco di fronte alla chiesa per raccogliere le castagne cadute dagli alberi, chiacchieriamo con una vicina, amica di vecchia data, che ha un nuovo cane. Ci sediamo sull’altalena del parco e indico un grosso abete a Leo, “Da piccola ci parlavo con quell’abete, facevo finta che fosse il mio fidanzato”. Il pensiero di aver fatto da rimpiazzo a un abete lo fa molto ridere.
Torniamo indietro; finché c’è luce mi siedo sui gradini di pietra a leggere, ironia della sorte, Ritorno a casa di George Moore, che, ironia ancora più grande, è ambientato in Irlanda, la mia terza, quarta, quinta casa, non lo so più, una delle mie case. La mia Dublino dove ho vissuto, fra alti e bassi, per un anno intero. Dove mi sono innamorata e dove ho pianto. E ora leggo dell’Irlanda seduta sui gradini della mia casa a Farnè, mentre il fischio lontano di qualche uccello annuncia il calare del sole e le castagne si staccano dai rami con tonfi attutiti sull’erba. Ritorno a casa.

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22 Replies to “Cronache del Dardagna – Una giornata d’ottobre, 2017”

  1. Un bellissimo viaggio fatto insieme a voi, ero li e ho anche i piedi un po’ bagnati. Grazie, hai parole giuste, racconti col cuore attraverso i tuoi occhi color cascata. Spero un giorno di portare il mio corpo dove la mia anima è già stata. Un abbraccio al tuo nuovo abete, a cui voglio molto bene.

  2. Le Cascate del Dardagna sono uno dei miei luoghi del cuore e dell’infanzia. Amo questi paesaggi freschi dell’appennino e amo aver letto un racconto così bello qui 🙂

  3. Ma che meraviglia. Non conoscevo questi luoghi che hai descritto. Una novità per me.:) Ma é stato molto bello fare questo viaggio con te. E che foto strepitose che hai fatto! Per quanto riguarda l’autunno bé, anche io non lo amo. Sono piú una summer girl. Ma ammetto che l’autunno riesce a regalare colori straordinari ed atmosfere magiche. Le tue parole ne sono una prova 🙂

  4. non conoscevo affatto! che foto fantastiche che rappresentano al meglio il tuo racconto! cioè mi son piaciute moltissimo!!

  5. Adoro l’autunno, sarà per i suoi colori, sarà per la calma che si riesce a godere, insomma, è la mia stagione preferita! Il tuo racconto mi è piaciuto molto e le foto sono spettacolari!

  6. Non conoscevo le cascate del Dardagna, è davvero un luogo bellissimo e poetico (questo anche grazie al tuo racconto!). Poi qui da me oggi sembra autunno, quindi vedere i colori del foliage mi fa venire anche un po’ di nostalgia!

    1. Ahah, anche qui sembra autunno, e personalmente non vedo l’ora che arrivi l’estate!! Appena viene bel tempo ti consiglio davvero di farci un giro 🙂

  7. Che bel racconto! Perchè di racconto si tratta. Di un racconto intenso e pieno di emozioni. Grazie di averlo condiviso. Mi piace molto come scrivi.

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