Queenie e una cartolina di Natale imperfetta

Queenie e una cartolina di Natale imperfetta

Ho comprato la short story Queenie di Alice Munro nella mia libreria preferita di Firenze, Paperback Exchange, specializzata in letteratura americana.
Entrarci è come entrare nel salotto di un appartamento accogliente, passare dalla calca e dal ronzio di Via delle Oche a un ambiente appartato e un po’ segreto (non l’ho mai vista affollata di clienti), e ti senti quasi privilegiato nel restare per ore col naso infilato fra gli scaffali. Non riesco mai a lasciarla senza concludere qualche buon affare, e anche stavolta non ho fatto eccezione (il libriccino in questione è costato appena 3 euro).

Queenie è il primo lavoro della Munro che abbia letto, e mi ha letteralmente conquistata. L’estratto di cui vi propongo la traduzione parla, come capirete, del giorno di Natale. Siate clementi, che avere Susanna Basso come termine di paragone mi mette già sotto pressione 😛

***

Aveva ottenuto quel lavoro circa un mese prima di Natale, e ne era davvero felice perché così avrebbe finalmente guadagnato uno stipendio tutto suo e si sarebbe potuta permettere gli ingredienti per una torta. Fece amicizia con un tipo che vendeva alberi di Natale accatastati nel retro di un furgone. Riuscì ad averne uno per cinquanta centesimi, e se lo trascinò da sola in cima alla salita. Vi drappeggiò dei festoni di carta crespa rossa e verde, che costava poco. Realizzò delle decorazioni con stagnola argentata e cartoncino, e la vigilia di Natale ne comprò altre a prezzo scontato in drogheria. Cucinò dei biscotti e li appese ai rami come aveva visto fare in una rivista. Era un’usanza europea.
Voleva dare una festa, ma non sapeva chi chiamare. C’erano i tre greci, e un paio di amici di Stan. Poi le venne l’idea di invitare anche gli allievi di lui.
Non riuscivo ancora ad abituarmi al fatto che lo chiamasse Stan. Non era solo perché mi ricordava che lei e Mr Vorguilla erano intimi. Anche per quello, naturalmente. Ma era la sensazione che mi dava, come se l’avesse creato lei, dal nulla. Una nuova persona. Stan. Come se fin dall’inizio non ci fosse mai stato un Mr Vorguilla, che conoscevamo entrambe… figuriamoci una Mrs Vorguilla.
Gli allievi di Stan erano tutti adulti all’epoca – per lui gli adulti erano sicuramente meglio degli scolaretti – così non dovettero preoccuparsi di organizzare giochi e animazioni per bambini. Dettero la festa una domenica sera, poiché tutte le altre sere Stan lavorava al ristorante e Queenie al cinema.
I greci portarono del vino fatto da loro e gli studenti portarono eggnog istantaneo, rum e sherry. Alcuni portarono della musica adatta per ballare. Avevano pensato che Stan non avrebbe avuto nessun disco di quel genere e avevano ragione.
Queenie preparò dei salatini ripieni di salsiccia e del pan di zenzero e la donna greca portò dei biscotti tipici del suo paese. Era tutto squisito. La festa fu un successo. Queenie ballò con un ragazzo cinese di nome Andrew, che aveva portato un disco che lei adorava.
“Gira, gira, gira,” disse, e io ruotai la testa obbediente. Lei rise, “No, no, non dicevo a te. Parlavo del disco. È il nome della canzone. È dei Byrds.”
“Gira, gira, gira,” canticchiò. “Per ogni cosa, c’è una stagione…”
Andrew era uno studente di odontoiatria. Ma voleva imparare la Sonata al Chiaro di Luna. Stan diceva che ci sarebbe voluto molto tempo. Andrew era paziente. Disse a Queenie che non poteva permettersi di tornare a casa per Natale. Abitava nell’Ontario settentrionale.
“Avevo capito che era cinese,” osservai.
“No, non cinese cinese. Di qui.”
In effetti un gioco per bambini lo fecero. Il gioco delle sedie. Erano tutti su di giri ormai. Anche Stan. Afferrò Queenie mentre gli passava accanto correndo e se la tenne sulle ginocchia, e non la lasciava andare. E poi quando se n’erano andati tutti non le permise di sistemare. Voleva solo che venisse a letto.
“Sai come sono gli uomini,” disse Queenie. “Hai già un ragazzo o qualcosa del genere?”
Risposi di no. L’ultimo ragazzo che mio padre aveva assunto come autista veniva sempre a casa nostra per consegnarci dei messaggi senza importanza, e mio padre diceva, “Cerca solo una scusa parlare con Chrissy.” Ma io lo trattavo con freddezza, e fino a quel momento non aveva ancora avuto il coraggio di chiedermi di uscire. Non volevo uscire con nessuno della mia città.
“Quindi non conosci ancora quelle cose?” chiese Queenie.
“Certo che le conosco,” ribattei.
“Non sembra dal tuo tono.”
Gli ospiti della festa avevano mangiato quasi tutto, tranne la torta. Di quella non ne mangiarono molta, ma Queenie non se la prese. Era molto carica, e giunto il momento di servirla erano ormai sazi di salatini alla salsiccia e altre cose. Inoltre, non l’aveva fatta riposare per tutto il tempo indicato nel libro, perciò era solo contenta di averne qualche fetta avanzata. Stava pensando, prima che Stan la trascinasse via, che avrebbe dovuto avvolgere la torta in un panno imbevuto di vino e metterla in un luogo fresco. O stava pensando di farlo oppure lo aveva fatto davvero, e il mattino dopo, dal momento che la torta non era sul tavolo, credette di averlo fatto. E aveva ragione, l’aveva messa via.
Qualche giorno dopo Stan disse, “Mangiamoci una fetta di quella torta.” Rispose che oh, dovevano lasciarla riposare un altro po’, ma lui insistette. Queenie cercò nella credenza e nel frigorifero, ma la torta non c’era. Guardò ovunque e non la trovò. Ripensò a quando l’aveva vista sul tavolo. E le tornò in mente di aver preso un panno pulito e averlo immerso nel vino e averlo avvolto con cura attorno alle fette avanzate. E anche di aver rivestito l’esterno del panno con della carta oleata. Ma quando l’aveva fatto? L’aveva fatto davvero o lo aveva solo sognato? Dove aveva messo la torta una volta finito di incartarla? Si sforzava di rivedere l’immagine di se stessa che la metteva via, ma la mente le si svuotava.
Ispezionò la credenza da cima a fondo, ma sapeva che la torta era troppo grossa per potersi nascondere lì dentro. Guardò nel forno e persino in posti assurdi come i cassetti del suo comò e sotto il letto e lo scaffale dell’armadio. Non c’era da nessuna parte.
“Se l’hai messa da qualche parte deve esserci,” le diceva Stan.
“L’ho fatto. L’ho messa da qualche parte,” rispondeva Queenie.
“Forse eri ubriaca e l’hai buttata via.”
“Non ero ubriaca. Non l’ho buttata via.”
Andò comunque a guardare nella spazzatura. No.
Lui sedeva a tavola e la fissava. Se l’hai messa da qualche parte deve esserci. Queenie si stava agitando.
“Sei sicura?” disse Stan. “Sei sicura di non averla data a qualcuno?”
Era sicura. Era sicura di non averla data a qualcuno. L’aveva incartata per conservarla. Era sicura, era quasi sicura di averla incartata per conservarla. Era sicura di non averla data a qualcuno.
“Oh, io non ne sono certo,” disse Stan. “Io penso che magari l’hai data a qualcuno. E penso di sapere a chi.”
Queenie si bloccò di colpo. A chi?
“Penso che tu l’abbia data a Andrew.”
A Andrew?
Oh sì. Il povero Andrew che le raccontava di non poter tornare a casa per Natale. Era dispiaciuta per Andrew.
“Così gli hai dato la nostra torta.”
No, disse Queenie. Perché avrebbe dovuto farlo? Non era una cosa che avrebbe fatto. Non aveva mai pensato di dare la torta a Andrew.
Stan disse, “Lena. Non mentirmi.”
Quello fu l’inizio per Queenie di una lunga e avvilente battaglia. Tutto ciò che riusciva a dire era no. No, no, non ho dato la torta a nessuno. Non ho dato la torta a Andrew. Non sto mentendo. No. No.
“Probabilmente eri ubriaca,” disse Stan. “Eri ubriaca e non ti ricordi molto bene.”
Queenie rispose che non era ubriaca.
“Eri tu quello ubriaco.”
Lui si alzò e le venne vicino con la mano alzata, e le disse di non dargli dell’ubriaco, mai dargli dell’ubriaco.
Queenie gridò, “Non lo farò più. Non lo farò più. Scusami.”
Stan non la colpì. Ma lei iniziò a piangere. E continuò a piangere mentre cercava di convincerlo. Perché avrebbe dovuto dar via la torta per cui si era impegnata tanto? Perché non le credeva? Perché avrebbe dovuto mentirgli?
“Tutti mentono,” rispose Stan. E più lei piangeva e lo pregava di crederle, tanto più freddo e sarcastico diventava.
“Abbi un po’ di senso logico,” diceva. “Se è qui, alzati e trovamela. Se non è qui, vuol dire che l’hai data a qualcuno.”
Queenie rispondeva che non era questione di logica. Solo perché non riusciva a trovarla non significava che l’avesse per forza data a qualcuno.
Allora lui le si avvicinò di nuovo, così calmo e quasi sorridente che per un secondo Queenie pensò che l’avrebbe baciata. Invece le strinse le mani attorno al collo e le mozzò il respiro per un solo istante. Non le lasciò nemmeno i segni.
“Ora,” disse. “Ora… vuoi ancora insegnarmi un po’ di logica?”
Poi andò a vestirsi per andare a suonare al ristorante.
Smise di rivolgerle la parola. Le scrisse un biglietto per farle sapere che avrebbe ricominciato a parlarle quando fosse stata onesta. Queenie passò il Natale a piangere. Quel giorno avrebbe dovuto far visita ai greci con Stan, ma non poté, la sua faccia era un disastro. Dovette andarci Stan e dire che era malata. In ogni caso era probabile che i greci sapessero la verità. Quasi sicuramente avevano sentito il chiasso attraverso le pareti.
Si mise un sacco di trucco e andò al lavoro e il suo capo le disse, “Vuoi far credere alla gente che siamo in una tragedia?” Rispose che aveva contratto la sinusite, così la lasciò tornare a casa.
Quella sera, quando Stan rientrò e fece finta che non esistesse, Queenie si voltò a guardarlo. Sapeva che si sarebbe messo a letto e sarebbe rimasto rigido come uno stoccafisso accanto a lei, e che se anche si fosse avvicinata avrebbe continuato a star rigido come uno stoccafisso finché non se ne fosse andata. Capì che lui avrebbe potuto continuare a vivere in questo modo, ma lei no. Pensò che se avesse dovuto continuare così sarebbe morta. Proprio come se le avesse davvero mozzato il respiro, sarebbe morta.
Così disse, perdonami.
Perdonami. Ho fatto ciò che hai detto. Scusami.
Ti prego. Ti prego. Scusami.
Lui si sedette sul letto. Non disse nulla.
Queenie disse che si era dimenticata sul serio di aver dato via la torta, ma che ora si era ricordata di averlo fatto e le dispiaceva.
“Non stavo mentendo. Mi ero dimenticata.”
“Ti eri dimenticata di aver dato la torta a Andrew?”
“Dev’essere così. Mi ero dimenticata.”
“A Andrew. L’hai data a Andrew.”
Sì, rispose Queenie. Sì, sì, era questo che aveva fatto. E iniziò a gemere aggrappata a lui, supplicandolo di perdonarla.
Va bene, piantala di fare l’isterica, disse lui. Non disse che la perdonava ma prese una pezzuola calda e le ripulì il viso e si stese accanto a lei e l’accarezzò e ben presto volle fare anche tutto il resto.
“Niente più lezioni di musica per il signor Sonata al Chiaro di Luna,” disse poi.
Che sollievo.
E per finire in bellezza, più tardi Queenie trovò la torta.
La trovò avvolta in uno strofinaccio e rivestita di carta oleata proprio come ricordava. Era dentro un sacchetto della spesa appeso a un gancio nella veranda sul retro. Ma certo. La veranda esterna era il luogo ideale, perché era troppo fredda per poter essere usata in inverno, ma non fredda ghiacciata. Sicuramente era questo che aveva pensato, quando aveva messo la torta lì fuori. Era un po’ brilla – doveva esserlo. Se n’era del tutto scordata. E ora eccola lì.
L’aveva trovata, e la buttò via tutta. Non lo disse mai a Stan.
“L’ho buttata,” disse. “Era ancora buona e c’era dentro tutta quella roba e quella frutta costosa, ma non volevo proprio tornare sull’argomento. Quindi l’ho buttata e basta.”
La sua voce, che suonava così afflitta nelle parti tristi della storia, era adesso maliziosa e piena di riso, come se per tutto il tempo mi avesse raccontato una barzelletta, di cui l’aver buttato la torta fosse il ridicolo epilogo.
Dovetti liberare la testa dalle sue mani per voltarmi a guardarla.
“Ma lui aveva torto,” dissi.
“Ma certo che aveva torto,” rispose. “Gli uomini non sono normali, Chrissy. È una cosa che imparerai se mai ti sposi.”
“Non succederà mai allora. Non mi sposerò mai.”
“Era solo geloso. Era solo terribilmente geloso.”
“Mai,” ripetei.
“Be’, io e te siamo molto diverse, Chrissy. Molto diverse.” Sospirò, “Io sono nata per l’amore.”
Pensai che queste parole sarebbero state bene sulla locandina di un film. Nata per l’amore. Magari la locandina di uno di quei film che davano al cinema di Queenie.

6 Replies to “Queenie e una cartolina di Natale imperfetta”

  1. Non conoscevo questo libro della Munro e grazie al tuo racconto l’ho inserito nella mia lista dei libri da leggere. Soprattutto ho preso nota della libreria di Firenze! Adoro anche io quegli ambienti così intimi 😍

    1. Fai benissimo! Il racconto fa proprio parte di quella raccolta, originariamente. Anche io l’ho letta. E’ pesante ma allo stesso tempo raccontata con leggerezza, come solo la Munro sa fare. Buon viaggio in Canada! (ti invidio! 😛 )

  2. Questo racconto rientra in quel genere di letteratura fastidiosa che ci fa chiedere perché la protagonista si fa trattare così, e io mi arrabbio personalmente come se fosse il compagno di una mia amica a comportarsi in quel modo. Poi finiamo di leggere e ci diciamo che non ci piace per poi non riuscire a togliercelo dalla testa. Geniale la Munro, davvero

    1. Non ci avevo mai pensato sotto questa prospettiva, ma in effetti hai ragione. A me più che far arrabbiare mette una gran malinconia… 🙁

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