I miei hanno trovato Cadaqués prima che io nascessi.  L’hanno trovata partendo proprio da Farné, il posto a loro più famigliare sulla terra, qualche casa nell’ombra dell’Appennino Tosco-Emiliano. Quando lo raccontano, dicono di essere partiti una sera in macchina, di avere guidato per tutta la notte e per tutto il giorno successivo e di essersi ritrovati, alla fine, in Spagna. Arrivarono a un cartello con uno strano nome sopra, un nome che sembrava quasi una formula magica, mia madre disse: è un bel nome, sarà un bel posto, a mio padre tornò in mente un ricordo lontano, qualcosa su Salvador Dalí; proseguirono.

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Il paese non si lascia conquistare facilmente. Nient’altro che terra bruciata dal sole e macchie di cespugli per una manciata di chilometri, che sembrano mille per la lentezza con cui si è costretti a salire. Ci si inerpica a denti stretti, al punto che per un attimo pensi di tornare indietro, ma ecco, gli occhi del mare sgusciano dietro l’ultimo tornante, nell’aria crespa (“quella strada che non finisce mai, tanto che a un certo punto abbiam pensato di esserci sbagliati… poi sai quando alla fine le colline si aprono e vedi Cadaqués”). Ho idea che arrivare a Cadaqués fu come ritrovare un amico da tempo dimenticato. Dopo quell’ultimo tratto certo non accogliente, faceva uno strano effetto avanzare a passo d’uomo lungo il sentiero in terra battuta, percorso da donne affaccendate con le buste della spesa e bambini in ciabatte intenti a rincorrersi; tutto era colorato.

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Si affaccia sulla costa come un gatto di gesso addormentato. Le case sono piccole e bianche, coperte da tetti di mattoni rossi e rosa scintillanti nella luce dei tramonti e delle albe catalani. Ogni casa ha un terrazzo e da ogni terrazzo si vede il mare. C’è un’unica via, accanto al litorale, dove le scalette formano pallide discese verso l’acqua come tanti affluenti dello stesso fiume. Nelle spiagge di sabbia e sassi, tre o quattro barchette dormono a pancia in su come grossi pesci lasciati al sole a essiccare.
La cosa più curiosa di Cadaqués è il tempo. È impossibile prevedere che tempo farà a Cadaqués. Puoi arrivarci in estate inoltrata e veder piovere per due settimane di fila, così come puoi fare il bagno in una piacevole acqua tiepida negli ultimi giorni di settembre. Quando arrivai io, una bimbetta paffuta di quattro o cinque anni, rimasi indispettita da quelle nuvole fastidiose e dagli insistenti goccioloni grigi che si infrangevano sugli scogli. Ma Cadaqués è fatta a modo suo, e si impara ad amarla con cura e ostinazione. Da me, si fece perdonare presto. Nascondeva moltissimi tesori negli anfratti delle rocce bucherellate; ad esempio le numerose colonie di paguri, che cacciavo con paziente metodo armata di retino e secchiello.
Il fluire stesso del tempo poi, sembra fermarsi del tutto; a sgocciolii prima, inesorabilmente dopo qualche giorno di immobile stasi sulla spiaggia. Non solo si ferma, si ingarbuglia, si accartoccia: puoi svegliarti a mezzogiorno, pranzare alle quattro, cenare alle undici, uscire alle sette, dormire alle sei, e presto non ricorderai più se è sera o mattina, se è l’alba o pomeriggio inoltrato. È in certa misura confortante sapere che da qualche parte esiste un luogo in cui semplicemente ti alzi e vai verso il mare, come una tartaruga appena venuta al mondo.

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Dopo la mia prima visita tornai molte volte a Cadaqués, mai senza i miei genitori (era come se lì  dovessimo per forza esserci tutti e tre). Certo, con gli anni le percezioni cambiano, si modificano inesorabilmente, e il posto che prima era un rifugio felice può diventare d’improvviso una gabbia di insofferenza, forse per il solo fatto di esserci tornati nel momento sbagliato. E così un giorno, gonfia di malumore passeggiavo sul lungomare, stanca della mia stessa malinconia. A un certo punto ho iniziato a seguire la salita che si allontana dal paese, lungo il muretto di pietre che si affaccia a strapiombo sulla scogliera; panche di legno bagnato e oleandri dai fiori rosa. Ho oltrepassato la villa col patio. E camminavo rapida, pestando con rabbia i piedi sull’asfalto rovente, il cappello di paglia ben calcato sugli occhi stupidamente velati di lacrime. Sì, pensavo a quant’ero stupida e piangevo nello stesso modo in cui piansi da bambina quando non potevo fare il bagno per via della pioggia. Pensavo che non potevo cercare l’amore solo per compensare la mia tristezza. Sarebbe invece stato bello imparare a bastarmi, godermi quella solitudine e quella libertà che tanto avevo desiderato, senza chiedermi altro, senza cercare le preoccupazioni. Ero diretta alla Platja S’Arenella, ma guardando in basso verso uno dei pontili dove attraccano le barche di ritorno dalla pesca notturna, ho visto che era sgombro. Così ho sceso le scalette e mi sono sistemata lì, sulle tavole di legno scottate dal sole del atardecer. Mi sono scrollata di dosso tutti quei pensieri stizzosi e inutili e ho tirato fuori il mio libro dalla borsa. Ho sorriso dei malumori burrascosi e passeggeri dell’autore, che tanto somigliavano ai miei di quel pomeriggio e di molti altri pomeriggi: le depressioni cupe e assolute che sembrano non lasciare scampo alla vita, rapide ad arrivare così come ad andarsene, e la paura della morte, che ti attanaglia nel buio come una trappola per topi. Una melancolia di fondo sempre presente, ma in fondo l’allegria. Ho posato il libro e mi sono calata nell’abbraccio fresco dell’acqua. Mi sono immersa nel sale, sfidando l’irrazionale paura di allontanarmi dalla riva quando sono sola ed è quasi sera, il terrore del non sapere cosa potrebbe trovarsi sott’acqua, forse una balena pronta a inghiottirmi. La luce del crepuscolo allagava di rosso le cime delle colline, che affioravano dal filo dell’acqua come la corazza algosa di una tartaruga antica. E lì ai suoi piedi si srotolava il profilo di Cadaqués, le casette bianche dalle porte azzurre e la chiesa un poco più in alto. Sotto il velo semitrasparente come limonata, ho intravisto pesci scarlatti agitarsi e poi unirsi in una sagoma a cinque punte.

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Una volta emersa dall’acqua, mi sono riseduta sul bordo, le punte dei piedi ne sfioravano la superficie. Un tintinnio flebile mentre ondeggiavo le gambe, i capelli arricciati gocciolavano sulla schiena. Osservavo ogni più piccola creatura marina passare indaffarata sotto di me, incurante della mia presenza. Ho capito che la mia paura di nuotare al largo era infondata. Ho capito che quel momento era bello proprio perché ero sola, e quanto era inutile perdere tempo a essere infelice, ma quanto era difficile rendersene conto.

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Quando ho fatto ritorno nella piazza di terra battuta, una banda di musicisti stava suonando una sardana. Sono rimasta ferma ad ascoltare, come in un sogno. Un gruppo di donne ha posato per terra le borse di paglia e ha iniziato a danzare in cerchio, tenendosi per mano. Sempre più persone si sono unite a loro: uomini, vecchi, ragazzini, i volti felici e arrossati nell’aria della sera, le mani intrecciate e i piedi che battevano a ritmo. E poi un secondo cerchio si è andato formando all’interno del primo, e un altro poco più in là. Le madri volteggiavano in pista per mano a bimbe dagli occhi scuri, uomini anziani col cappello gridavano di entusiasmo e dietro di noi il mare. Quando la musica è finita, tutti hanno applaudito, ridendo. E in quel momento ho pensato a quanto fosse piccola la morte, una cosetta piccola e nera, che dominava incontrastata solo in quella trappola per topi che io stessa avevo costruito, nel silenzio della mia stanza; ma che era davvero infima e insignificante in una piazza piena di gente che balla. Cadaqués si fa perdonare sempre, prima o poi.

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14 commenti su “Tornare a Cadaqués

  1. Ciao Margherita, che bel racconto. Non conoscevo questo posto, ma ammetto che conosco poco la Spagna anche se spero di poterla visitare presto.
    È bello condividere un luogo con i propri cari e favi ritorno tutte le volte che si può, per me ad esempio è la Puglia (io sono Siciliana) perché mio padre è di lì e quando ero piccola, ricordo che ogni anno aspettavo con trepidazione l’arrivo dell’estate perché significava partire e andare nel salento a trovare i miei parenti e le mie cugine… Quanti ricordi…

    Ad ogni modo complimenti per il post! Un bacione :*

  2. Conosco Cadaques grazie a Dalì, avrei voluto tornarci nei prossimi giorni, quando sarò a Girona, ma purtroppo il tempo è troppo poco.
    Il tuo racconto mi ha emozionata: anche io, come te ho un luogo che ricorda me , la mia famiglia e i nostri viaggi ed è Gaeta, città dove è nato mio papà.
    I sentimenti sono sempre contrastanti per le città che vivi davvero, ma i ricordi indimenticabili.

  3. Quanta poesia in questo post! Conosco Cadaques e tu l’hai saputa descrivere davvero molto bene, mostrandone il lato più nascosto rispetto alla sua anima turistica. Complimenti per le foto: sono bellissime!

  4. Bellissimo il tuo racconto.. Malinconico ma pieno di speranza. Sono stata a Cadaques qualche settimana fa (vivo a Barcellona) e me ne sono innamorata. Non si arriva mai… Ma quando si arriva é un sogno.

    1. Verissimo 🙂 la strada sembra infinita. A me viene sempre il mal d’auto ^^’ Ma poi ne vale la pena. Grazie per il commento <3

  5. Io Cadagues non l’ho ancora visitata, ma leggendo il tuo racconto mi si è gonfiato il suore di emozioni. Hai raccontato in modo sentito e al tempo stesso oggettivo, un luogo che sembra averti toccato moltissimo! Un luogo in più sulla mia lista! <3

    1. Sono davvero felice di averti trasmesso tutto questo 🙂 Aggiungilo pure perché ne vale la pena, e corri, prima che se lo mangi troppo il turismo :/

  6. Anche io ho conosciuto Cadaques grazie a Dalì…Ho sempre pensato che avesse assorbito le bizze del suo grande artista. Con questo articolo profondo e commovente lo confermi.

  7. Che bel modo di raccontare che hai, molto dolce, come i ricordi legati ai posti dove si era soliti andare con i propri genitori. Devo ammettere che non conoscevo questo posto ma sembra davvero bello, chissà se un giorno anche io mi ritroverò davanti a quel cartello col nome bello.

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