Photosynthesis for dummies – Tirando le somme di quasi due anni a Pisa

Categorie diari di viaggio

Ogni anno, il 25 marzo a mezzogiorno, un raggio di sole si affaccia da una delle vetrate del Duomo di Pisa, e si posa su una piccola mensola vicino all’altare.  Lo chiamano il Capodanno pisano. Oggi il calendario toscano non è più in vigore, ma la tradizione di celebrare il 25 marzo è ancora salda. In fondo è primavera solo da qualche giorno, e a primavera una ragione per festeggiare la si trova sempre. Il 25 marzo 2017 io ero tornata da Londra da qualche decina d’ore. Un viaggio splendido, formativo in tutti i sensi, da cui, come da ogni viaggio, siamo tornati leggermente diversi. Qualcosa fra noi si era trasformato e ci si era fuso addosso, unendoci ancora di più; forse la consapevolezza rinnovata che viaggiare insieme non sarà per noi un peso né un fastidio, ma un piacere ogni giorno più intenso, fatto anche della voglia di tornare a casa. Del tornare ho già parlato, ma penso non mi stancherò mai di farlo, perché saper tornare è una cosa importantissima. Tornare è molto diverso dal restare. Chi torna non è vincolato a niente. Sembra il contrario, di solito si dice che chi torna non è abbastanza coraggioso, o abbastanza folle, da proseguire per sempre. Ma molto spesso chi torna, lo fa solo perché vuole farlo. Lo fa perché, come ha sentito la strada chiamare il suo nome quando è partito, ora si sente chiamare verso casa.

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Comunque sia, il 25 marzo io ero di nuovo a Pisa, e non avrei potuto essere più felice. Pisa era adesso per me una sorta di casa 2.0, un’intensificazione del concetto stesso di casa: lì si trovava il mio piccolo mondo di affetti (extra-)famigliari, il mio ambiente universitario, il mio posto di lavoro dove guadagnavo i miei primi soldi, il mio materasso un po’ sfondato, i libri non ancora letti, le foto appese al muro, le voci di sotto in strada e i gabbiani. Credevo di conoscere Pisa come le mie tasche, anche se ovviamente non era vero. Immaginavo di possederne ogni singolo centimetro di cemento, ogni foglia, ogni goccia d’acqua. E io stessa sentivo di appartenerle e di non poterle stare lontana per troppo tempo, o magari si sarebbe scordata di me, e forse, quando fossi tornata, al posto di tutte queste cose avrei trovato un telo bianco.

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Ma il 25 marzo ero già tornata da due giorni, e si sa, due giorni sono tanti quando hai ventitré anni, perciò scalpitavo. Mi sentivo di nuovo chiamare, o forse ero io stessa a chiamarmi, a spingermi verso un luogo che non sapevo ancora dove fosse, ad afferrare luci che non sapevo ancora se esistevano oppure no. Quella sera eravamo in sette e abbiamo girato a vuoto per ore cercando un ristorante libero. Alla fine ci siamo risolti a mangiarci un kebab nel nostro posto di sempre, e non è andata poi così male. I fuochi sono iniziati alle dieci e mezza e ci siamo ammassati contro il muretto del lungarno, sotto una pioggia leggera, a guardare lo spettacolo di scintille che si srotolavano da tutte le parti, sopra, sotto, davanti a noi. Forse sono queste le mie luci, ho pensato. Sembrava davvero l’inizio di un nuovo anno, nonostante gennaio fosse già arrivato e passato da un pezzo. Ero appena stata in una città dove avevo lasciato il cuore, ero sempre più disperatamente innamorata, mi sentivo – e mi sento – come un razzo lanciato a velocità supersonica dentro il futuro. La cosa a volte mi fa paura, altre invece mi entusiasma. Ho la testa così piena di progetti, sogni, desideri, aspirazioni che a volte penso davvero che sia sul punto di esplodere. Sono talmente piena di vita che certi giorni mi ritrovo ripiegata su me stessa, senza un motivo, forse proprio per la troppa voglia di vivere, di capire. Mi sembra quasi di dimenticarmi di respirare. Ma la sera del 25 marzo a Pisa era Capodanno, quindi ho preso mentalmente nota di un nuovo proposito: non dimenticarmi più di respirare. Respirare a pieni polmoni, perché per poco stavo per non vedere le luci sull’Arno, stavo per restare a casa a pensare a ciò che ancora non sono, scordandomi di vivere la persona che sono ora. Sento di essere in movimento, in transizione, in bilico fra due montagne. Sto costruendo un ponte.

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14 commenti su “Photosynthesis for dummies – Tirando le somme di quasi due anni a Pisa

  1. Che bel racconto! E grazie per questo particolare che non conoscevo: il 25 marzo e il Capodanno a Pisa col sole che entra dalle finestre del Duomo a mezzogiorno!

    A Pisa ci sono stata solo una volta e di sfuggiata: devo dirti che non mi ha fatto una bella impressione. Anzi, a parte il Campo dei Miracoli, il resto l’ho trovato un pò anonimo ma devo assolutamente ritornarci e guardarla con altri occhi … magari iniziando col capodanno pisano!

    1. Grazie mille per il tuo commento 🙂
      Credo che Pisa o la ami o la odi. A me in due anni ha regalato bellissimi momenti e anche tante inca**ature 😀 Ma sicuramente ti lascia tanto. Se vuoi provare a rivalutarla, ti consiglio assolutamente di andarci per la Luminara, il 16 giugno. Non ti spoilero nulla, ma… è uno spettacolo.

    1. Grazie 🙂 sì, è vero, è stato un rapporto di amore/odio (ora sono tornata a casa poiché mi sono laureata), ma la porterò sempre nel cuore 🙂

  2. Gran bel racconto! Io sono stata a Pisa solo un giorno parecchi anni fa, e in effetti avrei voglia di tornarci per esplorarla in maniera più approfondita! 🙂

  3. Dolce e romantico leggere questo tuo post, un kebab all’ombra dei fuochi d’artificio e tanto amore per una Pisa mondo nuovo post londra

  4. Hai fatto bene a tornare se sentivi che quella era la tua “casa”. Sai che non sapevo che il 25 marzo si celebrasse il Capodanno pisano, eppure abito anche abbastanza vicino. Conosco solo la festa delle luminarie ma non sono mai riuscita a partecipare.

  5. Pisa l’ho toccata due volte a distanza di anni, ma sempre per una toccata e fuga..
    Me ne vergogno ma mi sono limitata alla celebre Piazza e ad una trattoria li vicino..
    Nel post mi hai regalato un ottimo spunto per ritornarci in modo diverso e con due date papabili. Ti farò sapere se passerò di li!

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